La campana di Lhasa, un rintocco per due culture

Un semplice rintocco di campana può avvicinare idealmente due culture, due mondi, due religioni? Quando la copia originale della “campana di Lhasa” suona il suo rintocco dal “roccione” di Pennabilli, qualcosa può accadere, nello spirito proprio di chi questa “fratellanza” l’ha iniziata, oltre 300 anni fa.
Orazio Della Penna, frate cappuccino che evangelizzò l’Asia appunto tre secoli fa, è divenuto testimone del valore, della scoperta e del rispetto dell’altro”.

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STORIE DI INTEGRAZIONE FRA TIBET E MONTEFELTRO
Quella del cappuccino feretrano è stata un’esistenza spesa per annunciare il Vangelo, fino alla morte in Nepal all’età di 65 anni, al termine di un’affascinante vita di avventura, spirito missionario e amore per l’uomo immagine di Cristo.
La copia originale della campana cristiana, è l’unico reperto della missione di Lhasa dove “lama testa bianca” (come padre Orazio era affettuosamente chiamato per via del colore dei capelli) prestò servizio. Conservata in un magazzino del tempio Jokhang, la campana fu rinvenuta nel ’94 da Silvio Aperio, ed il suono registrato. Il calco è stato effettuato tra mille difficoltà nel 2004.

La storia di padre Orazio della Penna sembra partorita dalla fantasia di un romanziere. Rampollo di nobile casato, a 20 anni Orazio Olivieri decise di abbandonare feste e mondanità per entrare nel monastero dei frati cappuccini di Pietrarubbia, a una ventina di chilometri da casa. Maturò la vocazione, fu tra i primi in “cappuccio e saio” destinati dalla Sacra Congregazione Propaganda Fide nella regione himalayana. Dopo un viaggio durato tre anni, giunse a Lhasa nel 1715, dove si stabilì per nove mesi nel grande monastero-università di Sera. È proprio in questo luogo di fede e cultura che, assieme al padre gesuita Ippolito Desideri, apprese non solo la lingua ma anche mentalità e tradizioni del popolo tibetano. Da qui alla compilazione del dizionario italiano-tibetano il passo è breve.
È un’opera monumentale per l’epoca: già nel 1732 il dizionario consisteva di oltre 300 pagine e 32mila vocaboli, scritti di pugno. Il dizionario non è l’unico contributo che il frate pennese ha lasciato per la comprensione della cultura tibetana: all’ingegno di padre Olivieri si deve la traduzione di opere importanti della tradizione buddista, come La vita del Budda, Tson-K’a pa e altre ancora. Una vita sui libri, ma anche un’esistenza spesa per annunciare il Vangelo in quella fetta di terra lontana.

Si conosceva l’esistenza di una campana fusa a Roma e portata a Lhasa da Orazio e conservata nella cattedrale del Jokhang, la stessa che accompagna le giornate e il lavoro dei missionari. La campana fu appunto trovata nel ’94 da Silvio Aperio, emissario di Elio Marini (lo scopritore del vocabolario Italiano-Tibetano) a Lhasa.
Ad inaugurare la campana nell’estate 2005 fu Tenzing Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet e Premio Nobel per la Pace 1989. Si trattó di uno dei momenti più importanti della sua visita a Rimini e nel Montefeltro, resa possibile proprio dal ricordo di quella straordinaria figura che è stata il “lama testa bianca” e grazie al suo insegnamento.
Orazio Olivieri della Penna è stato riconosciuto come nobile esempio di dialogo interreligioso, capace di professare la propria fede costruendone la solidità proprio nell’integrità di ponti di dialogo e al rispetto dell’altro”.

Il Dalai Lama tornò dunque nel paese natale di padre Orazio Olivieri a settant’anni, nel 2005, undici stagioni dopo l’ultima visita nel 1994; allora aveva scoperto una lapide dedicata al frate sul muro della casa natale del lama testa bianca.
“Quel vostro concittadino, padre Orazio, era veramente una persona fuori dal comune, dotato di un coraggio e una determinazione ammirevoli” fu il ricordo di Tenzin Gyatso per l’amico frate “conosciuto” quasi trecento anni fa.


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