Dobro došli Montenegro, rakija per tutti (e tutto)

Forse sarà il dodicesimo giorno d’influenza oppure il sopraggiungere del nebbioso autunno o magari l’aver avuto la necessità di comprare una trapunta più pesante ma, di qualunque cosa si tratti, a me in questi giorni è venuta in mente solo una cosa: la rakija.

Durante il viaggio nei Balcani con il mio compagno una tappa è stata riservata al Montenegro. Se ci fossimo fermati al primo impatto con questo Paese avremmo dovuto darci alla fuga e dirigerci immediatamente vero l’Albania, tappa successiva. Questo perchè, dopo una visita al Monastero di Ostrog, l’arrivo in tarda serata nella capitale Podgorica è stato tutt’altro che accogliente. Non so se riuscite ad immaginare una città in cui vedere il nulla. Non poco o non abbastanza, il nulla proprio. Una capitale poco illuminata, con poca vita, senza alcuna particolare atmosfera, solo piena di casinò e di conseguenza piena di bancomat.

Prenotare un ostello è stato facile: in centro la scelta era fra pochissime strutture e i prezzi tra l’altro non troppo convenienti. Tuttavia la stanchezza era tanta e la voglia di scappare da lì ancora di più, mi sono fidata delle fotografie dell’ostello Q Podgorica e ho prenotato due letti in una camerata condivisa. Indubbiamente la scelta di quell’ostello è stata una fra le migliori fatte in Montenegro.

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Il cortile del Q Podgorica

La prima sorpresa all’arrivo è stata comunicarci se, per lo stesso prezzo, avevamo problemi a condividere un intero appartamento con un’altra coppia francese. La comodità di un appartamento al prezzo di due lettini a castello… qualunque fosse il problema della camerata per noi non era certo un problema. Finalmente qualcosa per cui festeggiare in Montenegro!

Ma come si festeggia in Montenegro? Si festeggia con la stessa cosa con cui si cura la tosse ai bambini: la rakija.

La rakija è considerata bevanda nazionale nei Balcani e, nella maggior parte dei casi, viene prodotta con vari tipi di frutta fermentata o macerata (ogni Paese ha il suo frutto tipico anche in base al clima) a cui, dopo la distillazione, possono essere aggiunti altri aromi come erbe, miele o noci. Esiste una vera e propria tradizione nei paesi balcanici sulla distillazione casereccia di questo alcolico e, se di norma il suo grado alcolico è pari al 40%, nella rakija fatta in casa può largamente superare l’80%.

Per il suo elevato grado alcolico, la bevanda nazionale del Montenegro viene utilizzata per distruggere batteri, alleviare dolori di stomaco e muscoli (anche se al primo sorso sembrerà che ve li stia prendendo a calci), disinfettare ferite (che probabilmente vi farete nel tentativo di alzarvi dalla sedia dopo il secondo bicchierino).

Indipendentemente dal momento della giornata, se siete ospiti nei Balcani sarà praticamente impossibile riuscire a sfuggire almeno ad un bicchierino di rakija prima di andarvene!  Se già riuscirete ad evitarvela insieme a frutta, pane, formaggio e prosciutto per colazione consideratevi fortunati e, in ogni caso, non pensate di rifiutare: sareste considerati davvero scortesi al loro gesto di benvenuto.

La tradizionale produzione di rakija balcanica può essere considerata alla pari della nostra vendemmia per due motivi: sia perchè quella più famosa avviene con la raccolta annuale di uva (che per questo spesso viene erroneamente confusa con la nostra grappa) sia perchè si tratta di un momento in cui familiari ed amici si uniscono nella raccolta del frutto. Un vero e proprio momento di festa che purtroppo in Italia viene mantenuto vivo ancora da pochi. Le uve vengono poi differenziate: la più matura per la vinificazione e la più piccola e acerba per la produzione di raijka. Dopo la raccolta, e divisione nel caso dell’uva, una pressa viene usata per schiacciare il frutto che, lasciato fermentare per circa un mese, in base al tempo e al tipo di frutto, subirà poi il processo di distillazione.

Nonostante sia il vino a ricoprire un ruolo essenziale del rito dell’Eucaristia, nelle Chiese ortodosse orientali e cattoliche la rakija ha trovato un suo impiego in alcuni rituali religiosi. Alla fine del servizio di sepoltura per esempio, agli intervenuti ne viene offerto un bicchiere “per l’anima del defunto”: una parte si versa a terra con la formula “Per pacifica l’anima” mentre l’altra parte viene bevuta.

Questa è la storia della rakija, quello che mi hanno raccontato, quello che ho letto. Per esperienza personale so solo che noi quella notte abbiamo trascorso alcune ore in giardino in compagnia della coppia che gestisce l’ostello e della coppia francese con cui condividevamo l’appartamento e che la rakija non si trovava mai al centro del tavolo, sempre nelle mani di qualcuno che riempiva il proprio bicchiere e quello del vicino. Se abbia davvero distrutto batteri o alleviato dolori muscolari non saprei dirlo… non ricordo. Di certo la ragazza francese ha incontrato la sua anima nel bagno alle tre di notte ed è rimasta in sua compagnia fino al mattino dopo!

Quella notte a Podgorica ho imparato che: se vedendo un bicchierino su un tavolo nei Balcani una persona scettica penserebbe “Cosa sarà?”, uno slavo di certo non avrebbe dubbi e risponderebbe solo “Rakija!”


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